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22nd of July 2018

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Anche Merkel e Macron sono sovranisti (e della peggior specie)

Il Deserto dei Tartari Anche Merkel e Macron sono sovranisti (e della peggior specie) Tweet Invia per Email Stampa luglio 2, 2018 Rodolfo Casadei

La lezione irreversibile del summit del Consiglio europeo a Bruxelles sui migranti del 28-29 giugno scorso è che in Europa esistono, a livello di esecutivi nazionali, due tipi di sovranisti: quelli che proclamano fieramente il proprio sovranismo e si vantano di mettere gli interessi dei propri concittadini prima e al di sopra di quelli dell’integrazione europea; e i tartufi che si stracciano le vesti accusando i sovranisti di essere lebbrosi e vomitevoli, ma che in realtà semplicemente occultano il proprio sovranismo dietro magniloquenti dichiarazioni di europeismo, umanitarismo e anti-populismo.

Alla prima schiera appartengono i paesi del gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia), l’Austria del cancelliere Sebastian Kurz e l’Italia del governo giallo-verde del trio Conte-Salvini-Di Maio. Alla seconda schiera appartengono la Francia di Emmanuel Macron e la Germania di Angela Merkel. Tutti i paesi citati hanno partecipato al summit con la stessa medesima impostazione politica, ma questa non era, come si cerca di far credere all’opinione pubblica ogni volta che si riuniscono i governi dei paesi Ue, la soluzione più giusta di un dato problema nell’ottica dell’integrazione europea; no, l’obiettivo politico identico per tutti è stato quello di tenere fuori dal proprio territorio il maggior numero possibile di migranti e richiedenti asilo.

Per il gruppo di Visegrad questo significava ottenere che le quote di redistribuzione fossero facoltative e non obbligatorie; per la Merkel significava ottenere la messa al bando dei movimenti secondari dei migranti, che si registrano in un paese (spesso l’Italia) e poi cercano di passare in Germania; per Macron significava tenere gli hotspot del primo soccorso ai migranti alla larga dal territorio francese; per il governo italiano significava ottenere il via libera a un politica muscolare contro le navi delle Ong che sostando nei pressi delle coste libiche raccolgono migranti in mare in difficoltà appena partiti dalla Libia e li trasportano nella lontana Italia. I sovranismi sono due, e chi insiste a raccontare la favola della graduale decomposizione dell’Unione Europea degli ultimi anni come il prodotto del complotto delle forze del male nazionaliste, populiste o cripto-fasciste che stanno riuscendo ad aprire crepe nell’edificio pan-europeo faticosamente edificato attraverso mille sacrifici, pragmatismi e compromessi dai rappresentanti delle tre principali famiglie politiche del continente (popolari europei, socialisti europei, liberal-democratici europei), o ci è o ci fa. I sovranisti del primo tipo, cioè i cosiddetti populisti, sono il prodotto di cinquant’anni di integrazione europea pensata e realizzata secondo gli interessi particolaristici di Francia e Germania, attuata secondo modalità burocratiche e imposta assoggettando i paesi al giogo dei mercati finanziari. I sovranisti del primo tipo sono il prodotto dell’azione dei sovranisti del secondo tipo, quelli che non vogliono dire il loro nome e che dichiarano false generalità. Germania e Francia hanno usato e usano la Ue per i loro interessi particolaristici, e tutti gli altri paesi sono costretti in un modo o nell’altro ad adeguarsi, come ha dimostrato anche il summit di Bruxelles dove l’Italia, giunta sul posto animata da bellicose intenzioni, ha dovuto alla fine come al solito far buon viso a cattivo gioco.

Finalmente dopo cinquant’anni questa nozione è diventata senso comune, e dobbiamo ringraziare (ovviamente fra virgolette) le nostre élite istituzionali (i capi di Stato che si sono succeduti dalla fine della cosiddetta Prima Repubblica ad oggi), televisive (la Rai) e imprenditoriali (Confindustria) se ci abbiamo messo così tanto a capirlo. Nonostante tanti volonterosi analisti, per nulla nazionalisti o xenofobi, cercassero di spiegarlo. Come ha fatto anche recentemente Carlo Pelanda sulle pagine di Limes (n. 3, aprile 2018): «La Francia persegue l’idea di Europa come strumento di moltiplicazione della potenza nazionale. Nel 1963 de Gaulle concepì la strategia di strutturare la Comunità economica europea (…) per renderla strumento di moltiplicazione della potenza nazionale francese ormai ridotta dall’emergere di altri imperi e dalla perdita di gran parte delle colonie. Offrì alla Germania la posizione di seconda potenza europea entro una diarchia franco-tedesca. Bonn accettò, con la scusa nominalistica di spegnere per sempre il focolaio delle guerre europee, in realtà per il medesimo interesse a riprendere consistenza geopolitica, pur indirettamente, attraverso uno strumento di moltiplicazione della forza utile a creare le condizioni per la riunificazione tedesca (…). In sintesi, l’Europa a conduzione franco-tedesca fu istituzionalizzata per permettere a una Francia nazionalmente troppo piccola di avere una scala sufficiente per esercitare un’influenza globale». Poi, quando la Germania si rimise in piedi, e molto di più quando si riunificò, l’Unione Europea e l’euro divennero gli strumenti dell’egemonia bottegaia tedesca (la Germania è l’unico paese industrializzato che fra la crisi finanziaria del 2008 ed oggi è riuscito a diminuire di molto il proprio indebitamento mentre tutti gli altri lo aumentavano di parecchio).

Il gioco è venuto allo scoperto in coincidenza con l’ascesa alla presidenza degli Usa di un sovranista del primo tipo (quello dei populisti che si fanno vanto del proprio egoismo nazionale) che ha sconfitto la candidata dei sovranisti del secondo tipo, quelli che, come Hillary Clinton e il suo predecessore Barack Obama, hanno perseguito gli interessi della potenza americana dietro la maschera della rispettabilità liberal e multilateralista. Con Trump, che a ritmi trimestrali fa saltare accordi internazionali, finisce verosimilmente il multilateralismo. Nessuno fino a qualche mese fa avrebbe scommesso sulla possibilità del tycoon americano di ripresentarsi alle presidenziali e vincerle nel 2020, ma col Partito democratico che si sta trasformando nel partito delle minoranze etniche e sessuali decise a cancellare l’America bianca, anglosassone, protestante ed eterosessuale, le probabilità di una rielezione di Trump aumentano di giorno in giorno. E dopo due presidenze Trump di fila, la sua rivoluzione bilateralista diventerà mainstream politico che non potrà essere modificato neanche da un’amministrazione presidenziale democratica.

Perché l’anti-multilateralismo degli Usa trumpizzati nasce da un’esigenza obiettiva della superpotenza americana: contenere l’ascesa della Cina. Il mondo, geopoliticamente parlando, si trova in una situazione inedita: la potenza sfidante (la Cina) si appoggia allo status quo degli accordi commerciali conclusi in sede di Wto e delle alleanze politico-militari esistenti per allargare la sua sfera di influenza. Dà anche vita ad organismi regionali entro i quali esercita un ruolo determinante come il Forum della cooperazione sino-africana, lo Sco (Organismo per la cooperazione di Shanghai, dove Pechino è alleata di Mosca e Nuova Delhi) o la Banca d’investimento per l’infrastruttura asiatica (Aiib), ma facendo attenzione a non entrare in contraddizione con gli impegni presi al Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio) e a non proiettare la sua potenza militare fuori dal Mare cinese meridionale. La potenza egemone, che in tutti i sistemi opera per il mantenimento dello status quo, nel caso degli Stati Uniti sotto la presidenza Trump opera attivamente per mettere in crisi lo status quo e disegnare nuove alleanze militari e nuovi accordi commerciali bilaterali.

A questo punto l’Italia deve togliere il microfono ai retori interessati dell’integrazione europea e del multilateralismo e cominciare a muoversi nella logica post-Unione Europea del bilateralismo. Non perché sia una cosa buona, ma perché è la realtà che dominerà gli anni a venire, il beffardo «cambiamento d’epoca» che fa marameo ai progressisti di ogni tendenza che si aspettavano l’avvento del Sol dell’avvenire globalista, multilateralista ed europeista nel senso dell’omologazione culturale secondo il paradigma dei diritti individualistici. L’identità storica, lo spirito nazionale, le comunità reali, i confini, le autonomie locali e tutto ciò che rimanda alla tradizione, alla durata, all’ecologia umana e ambientale torneranno prepotentemente in primo piano, molto spesso in forme ambigue e inquietanti. Ma di questo parleremo nel prossimo post, insieme alla questione sulla quale ci sono parecchi sassolini da togliersi dalla scarpa: quella delle cause e dei colpevoli del fallimento del progetto europeista e del perché della totale incomprensione di quello che sta accadendo da parte del mainstream cattolico italiano.

Adesso bisogna capire che l’Italia come Stato ha urgente bisogno di lanciarsi in alleanze bilaterali vantaggiose per noi e in prospettiva portatrici di nuovi equilibri stabili e pacifici. Tutte le strade sono aperte, in questo momento le certezze sono solo tre: la prima, in negativo, è che la Francia è il nostro rivale geopolitico, è il paese che ha fatto e fa di tutto per impedirci di avere un ruolo nel Mediterraneo e nell’Africa nera, considerate riserve di caccia di Parigi. Lo dico con angoscia, come tutti quelli che si sono nutriti e si nutrono della letteratura e del pensiero dei migliori intellettuali francesi, ma i fatti sono irriducibili e innegabili: dall’eliminazione del regime di Gheddafi che aveva concluso uno storico accordo con l’Italia al veto alla presenza di truppe italiane in Niger, ai ventennali tentativi francesi di ridimensionare l’industria militare italiana, la Francia ha dimostrato di voler trattare l’Italia come un concorrente da tenere a bada o come un alleato subalterno. Non si tratta certo di fare la guerra alla Francia, ma di stringere alleanze anti-francesi sì.

La seconda certezza è che l’Italia deve stringere un’alleanza bilaterale strategica ad ampio raggio con gli Stati Uniti per molti motivi, ma soprattutto per il motivo che se non saremo noi a cogliere l’opportunità, a farlo sarà la Francia di Macron. Il ragazzo è arrogante ma per nulla stupido, capisce benissimo quello che sta succedendo e si muoverà di conseguenza. La terza certezza è che l’Italia deve riprendere a tessere un rapporto speciale con la Russia, con l’obiettivo di ridimensionare il peso dell’influenza franco-tedesca in Europa e di contrastare sul nascere le ambizioni turche nel bacino mediterraneo e nei Balcani. I malpensanti diranno che chi sostiene questo fa il gioco di Putin ed è un cripto-fascista come lui, ma lasciateli dire: la Russia è eterna, il suo ruolo negli equilibri continentali e globali non dipende da un capo di Stato o da un regime. Se a Mosca ci fosse un presidente gay ma che non è venduto a qualche potenza finanziaria occidentale, farebbe la stessa politica di Vladimir Putin. Ficcatevelo finalmente nella testa. La Russia non confina con l’Italia, ha bisogno di sbocchi marittimi e per sua natura contrasta le egemonie nazionali imperniate sul cuore renano dell’Europa: è alleato ideale dell’Italia tanto quanto i lontani Stati Uniti.

Ma se queste sono le politiche di buon senso che qualunque governante italiano dovrebbe fare in questo momento, è chiaro che ai cattolici spettano compiti molto più importanti. Di questo parleremo più avanti.

Foto Ansa

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