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19th of October 2018

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Centrafrica. Mattoni più forti della guerra e frati forti come mattoni

Lettera dal Centrafrica: «C’è chi si ostina a continuare la guerra. Per fortuna c’è anche chi si ostina a costruire piccoli cantieri di pace e di speranza»

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Che il Centrafrica, dopo ormai cinque anni di guerra e molti di più di malgoverno, sia un paese da ricostruire – o, più onestamente, da costruire per la prima volta – lo dicono tutti. Sul come questa ricostruzione debba iniziare, e da dove sia meglio partire, le opinioni si sprecano. C’è poi chi si ostina a continuare la guerra, distruggendo quel poco che si era costruito in quasi sessant’anni d’indipendenza. Per fortuna c’è anche chi si ostina a credere che il paese non sia condannato alla guerra e che sia possibile, discretamente e con determinazione, costruire piccoli cantieri di pace e di speranza.

Uno di questi cantieri è nato, diversi mesi fa, proprio qui al Carmel di Bangui. Si tratta di un piccolo sogno che coltivavamo da anni e che, grazie ad alcune fortunate coincidenze, e all’aiuto di diverse persone, siamo finalmente riusciti a realizzare. Se c’è un paese da costruire – ci siamo chiesti – perché non provare a produrre mattoni? Mattoni veri, mattoni nuovi, mattoni forti, più forti della guerra.

L’acquisto dei macchinari – e l’avvio della produzione – è stato possibile grazie al contributo dell’associazione francese “Un P.A.S. avec les Frères Jaccard” (fondata da due fratelli sacerdoti, uno dei quali scomparso recentemente, ex missionari tra i lebbrosi del Camerun) e a un finanziamento della Conferenza episcopale italiana, grazie ai fondi donati tramite l’8xmille alla Chiesa cattolica.

I macchinari sono arrivati direttamente dal Sudafrica e dal Congo è arrivato James, un ingegnere-formatore, che ha insegnato a una trentina di operai come produrre i mattoni. Non si tratta, infatti, di mattoni comuni, ma di nuova concezione. In Centrafrica i mattoni sono normalmente di argilla (seccati al sole o cotti in forni artigianali) oppure in cemento e sabbia. I mattoni del Carmel sono invece ‘hydraform’. Si tratta di mattoni composti al 46% di argilla, un altro 46% di sabbia e infine un piccolo 8% di cemento e un po’ d’acqua. I mattoni sono semplicemente pressati da due pistoni, poi innaffiati per una settimana e, senza essere cotti in nessun forno, sono pronti all’uso. Questi mattoni sono resistenti all’acqua e particolarmente forti: possono sopportare una pressione di cinque atmosfere e mezzo. Sono inoltre autobloccanti e quindi, in fase di costruzione, non richiedono malta.

Neppure i pilastri sono necessari. E sono così belli da vedere che si può evitare l’intonaco. Insomma: una sorta di Lego di argilla rossa e sabbia di fiume! Nelle foto in allegato potete vedere alcune immagini della produzione e della prima costruzione che stiamo realizzando, una scuola agricola (un altro sogno del quale vi parlerò più in dettaglio un’altra volta). Questi mattoni sono destinati alle costruzioni delle nostre missioni, ma anche alla vendita. Forse non ci crederete, ma il nostro primo cliente è stato niente poco di meno che papa Francesco. Da alcuni mesi – in seguito ad un esplicito desiderio del Papa, dopo la sua visita in Centrafrica nel 2015– è in corso a Bangui la costruzione di un centro per i malnutriti. I lavori sono seguiti dalla Nunziatura Apostolica e un piccolo edificio è stato realizzato proprio con i mattoni prodotti al Carmel. Come primo cliente, quindi, non c’è male!

Quest’attività ha per noi un doppio valore simbolico. Innanzitutto è per noi un piccolo e concreto contributo nell’opera di ricostruzione del paese. Tale ricostruzione passa, anche se non solo, attraverso la creazione di luoghi di formazione come appunto vorrebbero essere il cantiere della produzione dei mattoni e la scuola agricola. Inoltre, la maggior parte degli operai che hanno partecipato alla formazione – e ora producono mattoni o lavorano sul cantiere – sono ex profughi del Carmel.

Un giorno, mentre facevo alcune foto agli operai, durante la produzione, si avvicina Bodelò, un giovane di vent’anni, con già due figli da mantenere. Tutto fiero solleva tra le sue mani un mattone appena nato tra le sue mani. Quasi non crede che sia stato capace di produrre qualcosa di così bello e così forte. E, ben consapevole che non le armi, ma solo la buona volontà sradicherà miseria e guerra dal suo paese, m’informa del suo grande progetto per il futuro: «Mbi ye ti ga maçon! Voglio diventare muratore!». L’ora della costruzione di un nuovo Centrafrica, al Carmel, è ormai suonata.

C’è poi un secondo valore simbolico. Quando i primi missionari francesi arrivarono in Centrafrica, a fine Ottocento, una delle prime attività installate nelle missioni erano delle fornaci per la cottura dei mattoni con i quali costruirono chiese, case, scuole, dispensari e cattedrali… Dopo più di un secolo la nostra comunità riprende discretamente quest’attività, collegandoci simbolicamente a questi antichi missionari.

Nel frattempo il sottoscritto ha raggiunto la vetta dei quarant’anni, venti dei quali vestito da frate e dieci di questi venti in quest’angolo di paradiso situato, più o meno, all’incrocio tra il 4° parallelo a nord dell’equatore e il 18° meridiano a est di Greenwich. Pare che la crisi dei quarant’anni non risparmi neppure i frati e che il bisogno di paternità, anche per chi ha liberamente scelto di non avere figli, si faccia prepotente. Una leggenda conventuale, che mi è stata trasmessa da un carissimo amico francescano, narra che questa crisi possa essere risolta in quattro modi. C’è chi inizia ad avere veramente dei figli, chi scrive libri, chi costruisce chiese o cose del genere. Oppure (e questa è la quarta e la migliore soluzione) chi scopre tutta la bellezza e la responsabilità della paternità spirituale.

Per quanto riguarda i figli, posso dire di esserci andato molto vicino quando in convento, durante la guerra, nascevano bambini quasi a decine. Quanto a libri – a parte questi notiziari tanto attesi dai miei venticinque lettori – non ne ho scritti. Quanto a costruzioni, se Dio e voi mi aiuterete, confesso che una chiesa mi piacerebbe tanto costruirla, dal momento che le nostre affollate celebrazioni domenicali si svolgono sotto un hangar con un tetto in lamiera e un pavimento di terra battuta.

Quanto a paternità spirituale il Signore ha invece superato ogni mia previsione regalandomi la gioia e l’opportunità di accompagnare i primi passi nella via religiosa di ormai decine di giovani. Mettere al mondo un frate è tanto bello e complicato come mettere al mondo un uomo. Per fortuna non si tratta dell’opera di una sola persona, ma di un vero lavoro di squadra che condivido con i miei confratelli. E, se permettete l’ardito confronto, mettere al mondo un frate è un po’ come fare un mattone.

Ogni frate, infatti, è l’incontro tra la terra del proprio entusiasmo e delle proprie fragilità e la sabbia dei sogni e della misericordia di Dio. Poi ci vuole necessariamente il cemento della compagnia dei fratelli, senza dimenticare l’acqua della vostra generosa amicizia e delle vostre preghiere. L’intero composto viene poi pressato – con moderazione, ma anche determinazione – tra i due pistoni del Vangelo e della Regola. Al capo cantiere l’onore e l’onere di vegliare – con il proprio esempio, molto buon senso e tanta pazienza – a che le dosi non siano sbagliate e che non manchi nessun ingrediente.

Con la consapevolezza che quel mattone – cioè, volevo dire quel frate! – non gli appartiene. Con l’unica differenza che per fare un mattone basta una settimana, mentre per fare un frate non basta una vita. E se i mattoni sono praticamente tutti uguali, i frati sono invece molto diversi gli uni dagli altri. Non ce n’è uno che assomigli all’altro.

A me, e a miei confratelli missionari, antichi e nuovi, la gioia e la responsabilità di essere le fondamenta nella costruzione – giorno dopo giorno, mattone dopo mattone, frate dopo frate – di questo piccolo Carmelo, in questa giovane chiesa, in questo grande paese.

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