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18th of January 2018

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Mosul e quelle vittime civili che la propaganda nasconde - Gli occhi della guerra

Realtà vince il sogno. E come quasi sempre accade, prima o poi la propaganda deve cedere il passo alla verità. È successo, finalmente, anche con Mosul e con l’atroce prezzo pagato dai civili alla cacciata dell’Isis. Le fonti ufficiali americane aveva sempre fissato intorno a mille il numero degli innocenti caduti durante gli scontri, le “vittime collaterali” di un assedio durato otto mesi, dalla metà di ottobre 2016 alla metà di giugno 2017, quando la città fu dichiarata libera dall’Isis. Si scopre ora che quei dati erano una farsa e che i civili uccisi in quei mesi furono tra 9 e 11 mila.

Il merito della rivelazione va all’Associated Press, non nuova a indagini di questo tipo. Nell’agosto dell’anno scorso, per esempio, l’Agenzia fornì i dati per scoprire 72 fosse comuni, rinvenute in un’area a cavallo tra Siria e Iraq e contenenti i corpi di migliaia di civili giustiziati dai miliziani dell’Isis che si stavano ritirando dopo aver perso la città di Manbij. Nel caso di Mosul l’Associated Press calcola in almeno 3.200 le vittime causate direttamente dalle operazioni dell’esercito iracheno e delle milizie sciite irachene e dai bombardamenti dell’aviazione Usa.

Era palese già nei mesi dell’assedio che le notizie diffuse dai comandi americani non fossero credibili. L’Unami, ovvero la missione dell’Onu per l’assistenza all’Iraq, rendeva noti in quel periodo i dati generali sui civili iracheni uccisi. Nel settembre 2016, cioè prima che l’assedio di Mosul prendesse avvio, erano stati uccisi 609 iracheni (e 951 feriti); in ottobre erano già 1.120 (con 1005 feriti) e in novembre 926 (930 feriti). Da dove poteva venire una simile impennata, se non dagli scontri a Mosul, cominciati appunto in ottobre? Tanto più che il dato sui civili era perfettamente simmetrico a quello sui militari. In settembre 394 soldati o poliziotti uccisi, ma in ottobre già 672 e in novembre 1.959.

E poi, a rendere incredibili certe stime, c’era l’esperienza di tutti questi anni, anni in cui la guerra è diventata guerra sui civili. Soprattutto quando si bombardano città popolose e costruite alla maniera del Medio Oriente, con stradine strette e case ammassate. Ecco qualche esempio. Nel 2004, dopo aver invaso l’Iraq, gli americani attaccarono la città di Fallujah, finita sotto il controllo di Al Qaeda e degli insorti. Secondo l’Ong indipendente Iraq Body Count (https://www.iraqbodycount.org/) nella prima battaglia per Fallujah (aprile 2004) morirono tra 572 e 616 civili, nella seconda (novembre 2004) ne morirono tra 581 e 670. E furono battaglie durate poche giorni.

Cambiamo scenario: Gaza. Secondo i dati più prudenti, quelli pubblicati dal Jerusalem Center for Public Affairs (http://jcpa.org/), solo il 45% dei 2.100 palestinesi uccisi dagli israeliani durante la guerra del 2014 erano veri civili e non combattenti mascherati. Anche prendendo per buono questo dato, restano 945 i civili ammazzati in due mesi di guerra.

La guerra contemporanea è questo: un perenne massacro di civili. Le vere “vittime collaterali”, oggi, sono i militari. Caduti sempre più sporadici di combattimenti dove il nemico è quasi invisibile e i colpi vengono portati dai droni o dai bombardieri. Avremmo quindi dovuto sapere che su Mosul, ci stavano raccontando le solite storielle di propaganda. Ma era il periodo in cui si doveva parlare solo di Aleppo, del grande massacro dei russi, dell’ultimo pediatra e così via. E mentre aspettiamo i risultati di altre indagini, per esempio sulla liberazione di Raqqa da parte di curdi, Esercito libero siriano e americani, possiamo forse tentare qualche confronto. Mosul, 11 mila morti in otto mesi, alla media di 1.375 morti al mese. Aleppo, 40 mila morti in 4 anni (una delle poche statistiche disponibili) tra assedio dei miliziani islamisti e la controffensiva russo-siriana, alla media di 833 morti al mese. Chiaro, no?

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