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21st of January 2018

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Gli ebrei russi scelgono la Cina Ma adesso c'è chi teme l'invasione - Gli occhi della guerra

I russi che vivono al confine con la Cina vivono il rapporto con il vicino cinese con sentimenti contrastanti. In molti vedono questa nuova alleanza fra Mosca e Pechino come una grande opportunità di sviluppo e d’investimenti, capace di rendere più forte le due potenze. Altri vedono con una certa dose di diffidenza la crescita esponenziale della Cina, che sta penetrando in Russia attraverso investimenti, infrastrutture e compravendita di terreni. Fra chi segue con estremo interesse gli sviluppi di quest’asse fra i due Paesi, c’è una comunità, spesso dimenticata, che vive proprio a contatto con questo gigante cinese in fermento. Ed è la comunità dell’Oblast’ autonoma ebraica, nell’Estremo oriente russo. Qui, nella Sion creata da Stalin nel 1934, i cittadini vedono come una grande opportunità la vicinanza fra la politica di Mosca e di Pechino e non sentono alcuna diffidenza verso la popolazione cinese. “Non vediamo nessuna minaccia nella Cina, ma solo una collaborazione reciprocamente vantaggiosa“, racconta ad Agi Maksim Kaufman, il direttore della società cinese “Fabbrica di costruzioni metalliche” che ha appena fatto un investimento di 6 milioni di euro per uno stabilimento di costruzione di pannelli a Birobidžan e che si dice pronta a altri 16 milioni di euro. “Usiamo materie prime russe, ma macchinari e mano d’opera cinese e otteniamo un prodotto ottimo per il mercato interno, ma anche per l’esportazione all’estero”, spiega il manager. “Grazie alle agevolazioni previste e al calo del rublo, la Cina ora è più attiva, noi ci guadagniamo perché creiamo posti di lavoro, miglioriamo il livello di vita e potenziamo la produzione nazionale“.

L’esempio della fabbrica di Birobidžan è solo uno degli esempi di questa sinergia russo-cinese nell’oblast ebraica, ricco tra l’altro di giacimento di minerali preziosi. Le sanzioni occidentali per l’Ucraina hanno soltanto aiutato ancora di più questo scivolamento verso Oriente della Russia, e nella regione non possono che essere contenti di questo spostamento del baricentro russo verso Est. Se per la Russia è fondamentale attrarre capitali cinesi e sfondare nel mercato cinese, per la Cina è altrettanto utile investire in Russia. Un Paese amico, con il costo del denaro e della manodopera più basso, enormi quantità di materie prime e in grado di garantire una fondamentale alleanza geopolitica. Agi riporta l’esempio dell’imprenditrice Liu Xiao, che vive a Birobidžan da 10 anni, ed è a capo di un’azienda edile con 150 dipendenti. Nel 2013, le alluvioni distrussero molte aree abitate, e la sua azienda ricevette l’incarico di ricostruire 10.000 metri quadri di abitazioni. Il presidente Vladimir Putin le ha conferito l’Ordine dell’Amicizia. Un’imprenditrice che adesso cerca anche di sfondare nel campo dell’agricoltura. “I nostri due paesi non sono concorrenti: noi abbiamo la forza lavoro, l’esperienza e le tecnologie nel campo agricolo, e loro hanno le terre. Si tratta di una condizione reciprocamente vantaggiosa”.

Vantaggio reciproco. Sembra questo il vero grande motivo per cui Mosca e Pechino stanno unendo le forze. Le popolazioni al confine, infatti, per secoli si sono viste con diffidenza, alcune con sospetto. E sono ancora in molti a temere un’eccessiva avanzata del capitale cinese all’interno del territorio orientale della Federazione russa. Se infatti la Eao, l’oblast ebraico, vede nella Cina un fattore di sviluppo e spera nel nuovo ponte sul fiume Amur per vedere la realizzazione di un nuovo necessario collegamento con la Cina, esistono settori di popolazione, piccoli ma consistenti, che sono preoccupati o che non sentono molto utile ampliare i collegamenti con la Cina. A spiegarlo, è stato Viktor Lanin, esperto di Cina all’Accademia delle Scienze a Vladivostok, che al New York Times ha ricordato come l’infrastruttura sia stata realizzata in pochissimo tempo nella parte cinese, mentre con lunghi intoppi in quella russa. Il motivo, secondo l’esperto russo, sarebbe da ricercare nella “sindrome della minaccia cinese”, con funzionari governativi locali che lamentavano i costi eccessivi del progetto e alcuni funzionari militari che chiedevano “perché costruire un ponte sul quale potrebbero arrivare in Russia i carri armati cinesi?”.

Sono diffidenze che in quell’area del mondo forgiano un po’ il modo di vivere, anche se non c’è una reale minaccia. Ma ad esempio, una recente petizione apparsa online e che ha raccolto 55.000 firme, ha come oggetto la richiesta a Putin di vietare la vendita di terreni ai cinesi nella città Listvyanka, sul lago Bajkal – nella Russia sud-orientale. “La gente è nel panico! Le autorità non fanno niente, ma se la situazione non cambierà continueremo a perdere la pancia del nostro paese!”, si legge nella petizione. A destra l’allarme, anche le parole usate da alcune agenzie turistiche cinesi, che parlano della zona come di un antico possedimento dell’Impero Celeste. “La gente qui pensa significhi che i cinesi lo rivogliono indietro”, ha affermato al Financial Times Viktor Sinkov, capo del dipartimento legale del comune di Listvyanka. Sinkov ha tenuto a sottolineare che c’è un allarmismo privo di fondamento, ma i nazionalisti russi ne hanno fatto una questione politica, tanto da apparire sul principale quotidiano economico del Regno Unito. Per molti, questa petizione serve solo ad alimentare sospetti volti a portare discordia nei rapporti sempre più solidi fra Cina e Russia. Ma molti, fra la popolazione, sono preoccupati da questa piccola ma significativa invasione di commercianti e turisti cinesi che sta cambiando il piccolo centro turistico russo.  

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