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21st of January 2018

Cultura



Amore e dolore reclusi nelle stanze di Selvetella

Non sappiamo che cosa accade nella vita di un uomo quando affronta un lutto tanto intimo da farci sentire degli estranei. Si dirà: chi vuoi che non abbia fatto esperienza di veder morire qualcuno che amava? È così. Ma perché le morti che hanno vissuto gli altri ci pongono a una distanza lunare da quell'evento ultimo che tutti conosciamo per mezzo del dolore? Perché sentiamo che qualcosa di così intimo, di tanto inviolabile ci respinge (l'ostacolo delle parole che si inceppano, che ci fanno sentire in imbarazzo), anziché avvicinarci? Il punto è questo. Il dolore, pure se provato da tutti, è qualcosa che, in chiunque ne faccia esperienza, torna a essere assolutamente personale. La vicinanza al nostro dolore è la misura della nostra soggettività; è lo specchio che ci fa riconoscere per ciò che davvero siamo.

Lo pensavo leggendo lo struggente romanzo di Yari Selvetella, Le stanze dell'addio (Bompiani, pagg. 188, euro 15), che racconta la morte della sua compagna, con la quale ha dato al mondo tre figli. Che il dolore sia qualcosa che ci rende unici a noi stessi, Selvetella lo dimostra nel modo in cui attraversa questa tragica esperienza. Perché ci è chiaro fin da subito che il suo è un viaggio, ma che avviene a cose già avvenute, quando ogni strada sembra un vicolo cieco, quando ciò che si è perduto è prima di tutto se stessi, il proprio stesso nome. Il tono di Selvetella è quello di chi si pone dalla prospettiva di un sogno: la sua, infatti, è una discesa agli inferi. Egli è un Orfeo che vuole ritrovare la sua Euridice.

Eppure, questa discesa - i corridoi dell'ospedale sono un labirinto che ne nasconde il corpo - che pure ci fa conoscere le maschere che indossiamo (una volta un uomo coi baffi, un'altra un barista che di noi sa tutto, un'altra la nostra stessa voce; tante maschere quante sono le persone con le quali Selvetella racconta: prima, seconda e terza), non è stata utile ad altro che a riemergere, a farci comprendere che quel sogno era reale, quindi necessario. Perché Orfeo ha ragione a voltarsi, a guardare un'ultima volta negli occhi Euridice? La verità è che guardando il volto senza vita di Euridice, Orfeo può ora tornare a vivere. Di nuovo nato dal suo dolore. Ora Orfeo di quel dolore può fare un canto, un canto che a lui ci fa sentire finalmente fratelli.

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