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18th of January 2018

Cultura



Stanlio e Ollio, novant’anni insieme. Due teste senza cervello ora è un libro

Passano anche oggi, attraverso il mondo globalizzato, la rete senza confini, il mondo che cambia. Stanlio e Ollio fanno ancora ridere i bambini, anche se nati dieci anni prima del Novecento, la loro comicità semplice e infantile, ma il genio è semplicità, non passa con il passare dei secoli, con la tecnologia che si perfeziona, con le generazioni che mutano. Così perfetti, uno grasso, l’altro magro, nella loro imperfezione, così unici da non aver avuto, nonostante la coppia comica dopo di loro sia diventato un must comico, eredi all’altezza, diversi, magari divertenti, ma nessuno eterno come loro. C’è un libro adesso, anni e anni dopo la loro scomparsa (Ollio, il più giovane, fu il primo ad andarsene nel 1957, a 65 anni, Stanlio lo raggiunse nel 1965 a 75 anni) che li racconta, si intitola “Mr. Laurel e Mr. Hardy”, lo ha scritto John Cabe per la Sagoma Editore ed è curato dall’associazione “Noi siamo le colonne”, cioè i fan storici della coppia. Ed è come ritrovare dei vecchi amici e scoprire di loro cose che non avresti mai detto. Tipo: il capo della banda non era il burbero, ma tenero Ollio, ma il fragile e piagnucoloso Stanlio. Era lui, figlio di un teatrante che per portare il pubblico a teatro girava con un leone al guinzaglio per le strade della sua Glasgow, il cervello della coppia, l’uomo che inventava le gags, dettava i tempi e le battute.

La sua strada per un attimo è stata la stessa di un altro genio della comicità, Charlie Chaplin, con il quale divise viaggio a cabina, entrambi ragazzini ed entrambi squattrinati, in un viaggio transoceanico, si piacevano al punto da voler fondare, nei sogni di chi non mette limiti al proprio talento, una casa di produzione insieme. Stanlio e Charlot, insieme, sembra il massimo, ma non è detto che due diventino uno. Uno (e bino) Stan Laurel, che in realtà si chiamava Arthur Stanley Jefferson, lo diventò invece con quel ragazzetto sovrappeso, diventato grasso per vincere il dolore di aver perso il padre a 10 anni, che si chiamava Oliver Norvell “Babe” Hardy, incrociato per caso in un film e come tutti i grandi amori, rimasto per sempre. Novant’anni fa esatti diventarono Stanlio e Ollio, il film si intitolava “Metti i pantaloni a Philip”, uno non potè più fare a meno dell’altro. Piacevano alla gente che piaceva, da Fellini a Stalin. E a miliardi di bambini in tutto il mondo. Da noi poi, per merito del doppiaggio, diventarono persino meglio dell’originale grazie soprattutto alle voci che gli diedero timbro e anima: Alberto Sordi, che cominciò con Ollio la sua straordinaria carriera di attore, e Mauro Zambuto che al contrario lasciò il cinema per diventare professore di Ingegneria elettronica negli Stati Uniti. La parlata con gli accenti spostati per esempio è un’invenzione italiana: lo Stanlio e Ollio italiano ce lo godiamo solo noi. Perché come scrivono Ficarra e Picone nell’introduzione “Stanlio e Ollio sono il posto dove siamo nati e cresciuti. Sono tutto quello che siamo stati da piccoli: teneri, cocciuti, vendicativi, maldestri, bugiardi. Stanlio e Ollio sono un miracolo, una tempesta perfetta”. E tra cento anni saranno ancora qui.

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