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18th of July 2018

Cultura



Alla Milanesiana Giovanni Floris

Mariateresa Sartori (1961), «La classe» (2004, installazione a parete, banchi e sedie di scuola usati), courtesy dell’artista / Careof, MilanoMariateresa Sartori (1961), «La classe» (2004, installazione a parete, banchi e sedie di scuola usati), courtesy dell’artista / Careof, Milano Mariateresa Sartori (1961), «La classe» (2004, installazione a parete, banchi e sedie di scuola usati), courtesy dell’artista / Careof, Milano

«La scuola è l’occasione che le persone hanno per imparare a pensare con la propria testa». Così mi ha detto la vicepreside di un istituto comprensivo del Sud Italia. «La scuola è il mondo in cui il pensiero cresce» continuava la prof «è il mondo che autorizza l’alunno a credere in se stesso, nelle proprie idee, nella propria individuale identità. A crescere libero dagli stereotipi e dalle costrizioni. Uno studente, grazie allo studio, ha l’occasione di dimenticare le mode che ossessionano il gruppo degli amici, un bullizzato ha l’occasione di scoprirsi più forte del bullo. Una generazione che non dà valore alla scuola è una generazione condannata a imitare la tv, il capoufficio, il più ricco, o il più fico del muretto. Una generazione di comparse, convinte che l’esito di ogni azione o ogni ragionamento sia sempre l’esito scontato, il più ovvio, il più banale. Lo spirito critico nasce dallo studio e dalla scuola».

Sono sempre stato convinto che la scuola sia l’istituzione fondamentale, quella cui guardare se si vuole avere un quadro complessivo del proprio paese.

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Il logo della Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta SgarbiIl logo della Milanesiana, ideata e diretta da Elisabetta SgarbiLa politica si è occupata moltissimo di scuola negli ultimi anni. Praticamente ogni governo ha varato una riforma. Nessuna di queste però ha cambiato il destino dell’istituzione, perché al fondo non c’era mai una visione. Si deve partire dall’idea che lo strumento culturale sia la bussola per affrontare problemi sempre più complicati. Che studiare sia la via corretta per affrontare i problemi che la complessità della vita ci pone. Dobbiamo restituire centralità allo strumento culturale, mezzo principe con cui governare il presente, e dobbiamo tornare a credere nel ruolo dei docenti, le persone che questo strumento culturale hanno in mano. Coloro che lo possono trasmettere ai cittadini del futuro.

A questo punto bisogna però domandarsi chi è l’ignorante. Secondo me l’ignorante è chi non sa farsi capire dagli altri e chi non riesce a comprendere gli altri. È una definizione naturalmente che non si attaglia solo a chi non studia, ma anche a molti che hanno studiato tanto. Persino a chi ha studiato tantissimo. In realtà una persona intelligente resterà sempre e comunque una persona intelligente, anche se non andrà oltre la quinta elementare, e un ignorante che si laurea resterà sempre un ignorante. Il punto è: a che livello vogliamo che la persona intelligente giochi le sue potenzialità?

Se vogliamo che tutte le persone in gamba del Paese possano concorrere a diventare classe dirigente, o possano anche solo e semplicemente vivere meglio, bisogna dare loro le armi per poterlo fare, e queste armi hanno un solo nome: cultura e sapere. La cultura d’altronde (specifica o generale) non è necessariamente sinonimo di capacità, né di onestà (nemmeno intellettuale). Non è sinonimo di buona creanza. La persona colta è in realtà secondo me la persona che ha una mente aperta e critica, pronta ad ascoltare le soluzioni che vengono da altrove e disponibile a correggere i propri errori. Una persona che sappia argomentare le proprie tesi e che abbia gli strumenti per capire gli altri. Che sappia rivedere le proprie teorie ove uscissero sconfitte dal confronto con altre ipotesi, o dal confronto diretto con la realtà.

Una società colta è quindi dal mio punto di vista una società aperta. Una società che si apre. Perché la sapienza, sono convinto, non conduce verso la certezza, ma verso il dubbio.

In realtà chi studia è condotto verso il dubbio, e non usa il proprio sapere per vendere una certezza. In una società aperta chi studia supera le prove e scavalca gli ostacoli, non etichetta o cancella le idee altrui.

In una società colta, in una società aperta, sono in tanti a esprimere opinioni. In tanti possono scegliere l’opinione più convincente. E il populismo muore di fame. Perché in una società del genere si ha fame di idee, e una sola idea (accompagnata — dialetticamente — dal suo contrario) non basta più a nessuno. Ma questo è un discorso che ci porterebbe probabilmente fuori strada.

Basti dire che l’attenzione alla scuola può portare, almeno in prospettiva, almeno come orientamento, a un mondo dove il dubbio sia la ricchezza, la molteplicità e la varietà siano la normalità, dove le alternative e l’esito aperto di ogni ragionamento siano la meta. In una società del genere il cittadino ha la possibilità di farsi un’opinione decidendo quale sia la teoria più convincente, quella che risolve il maggior numero di problemi, quella che supera il maggior numero di critiche.

Penso che ignorante sia chi non capisce il mondo intorno a sé, penso che possa capirlo bene anche chi non ha studiato, perché ha viaggiato o perché attraverso il lavoro ha avuto gli strumenti per conoscere. Ma è indubbio che la scuola ci offra strumenti per capire con più facilità il mondo. Lo fa attraverso una rete di professori titolari del sapere di chi ci ha preceduto. Se perdi questo sapere, se non gli dai importanza, perdi anche la possibilità di governare il tuo Paese. Non so dire se sia stata la politica a perdere di vista la scuola o se la scuola abbia smesso di formare dei buoni politici, so, però, da dove bisogna ripartire: dai professori, cosicché facciano ripartire l’amore di un popolo per il sapere.

Il mio professore di filosofia diceva «non c’è nulla di più pratico di una buona teoria». Se una collettività perde la capacità di governare il presente, allora bisogna rimettersi a studiare, per salvarci da questa forma di superficialità autocompiaciuta che ha perso ogni coordinata di saggezza. Viva la scuola.

© Giovanni Floris, 2018

L’incontro

Giovanni Floris interviene alla Milanesiana, Letteratura, Musica, Cinema e Scienza, ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, lunedì 2 luglio alle ore 18.30, nell’ambito dell’incontro Scuola senza razzismo, a Casa Manzoni - Circolo dei Lettori (via Morone 1 a Milano). Introduce Laura Lepri. Seguono le letture, oltre a quella di Floris autore di Ultimo banco (Solferino), di Furio Colombo, Tahar Ben Jelloun (premio Goncourt 1987), Giuseppe Cesaro.

1 luglio 2018 (modifica il 16 luglio 2018 | 22:02)

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