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18th of July 2018

Cultura



Un’avventura di Luca Goldoni. Il pilota paonazzo (e noi) in Kenya

«Sunrise», opera dell’artista africano Charles Nkomo (courtesy Amazwi Contemporary Art)«Sunrise», opera dell’artista africano Charles Nkomo (courtesy Amazwi Contemporary Art) «Sunrise», opera dell’artista africano Charles Nkomo (courtesy Amazwi Contemporary Art)

Lo ricordo bene: anziano ma non troppo, una vistosa cicatrice sulla fronte, un’impeccabile pronuncia di Cambridge. Mi era stato presentato dal direttore del lodge come uno dei giovani piloti che avevano vinto la Battaglia d’Inghilterra, ispirando a Churchill la celebre massima: «Mai tanti dovettero tanto a così pochi». Ora indossava con classe la sua nostalgia, pilotando piccoli bimotori da turismo nei cieli del Kenya. A proposito: mai trovato su un vademecum d’Africa un capitolo dedicato ai paesaggi dei cieli. La trasparenza dell’aria dilata gli spazi, incide gli orizzonti come acqueforti, moltiplica cieli diversissimi. Anche ora che stiamo virando sulla barriera corallina scorgo lontano a nord una tempesta lucente di Turner, più a est ammassi gessosi come nelle cupole del Correggio e laggiù a ovest vorticose nuvole di Van Gogh,e poi un trionfale turchino a striature come nel «The end» dei primi western in cinemascope. Ogni tanto bisogna volare con frastuono di pistoni e vuoti d’aria per ritrovare quelle emozioni spente dalle «sale cinematografiche» Boeing che sfrecciano a 10 mila metri.

Avvicinandoci al Kilimangiaro riuscii a vedere ben poco dall’oblò, perché i miei otto compagni mi intimavano «permette?» filmando e scattando come ossessi. Non ho mai capito perché, in qualsiasi situazione, chi si ostina a fotografare solo con i suoi occhi deve sempre far posto a qualcuno con l’obiettivo. Toccammo terra su una lingua d’asfalto al centro di una radura disseccata,il pilota ci disse «bye» e raggiunse il vicino lodge dove ci avrebbe atteso per il tardo pomeriggio. Noi ci infilammo su un gippone a tetto aperto. Si sa: basterebbe chiamare questi voletti: gite o escursioni e la gente non si farebbe prendere dalla sindrome del kaki: è il magico vocabolo safari che fa scattare il corto circuito, inutile ironizzare, quando viene il momento ci cascano pure le dame spiritose come questa di Como vestita da Alberto Sordi, in sahariana e capellaccio con una tesa giù e una su abbottonata con l’automatico.

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Il safari non perdona: io che mi ero voluto sottrarre all’insidia del kaki sembro un Finzi Contini che va al tennis tra i rinoceronti. Avvistiamo un vecchio simba di rappresentanza, forse sostenuto a fleboclisi, che sonnecchia accanto alla sua compagna. La coppia viene debitamente accerchiata e filmata. Si distingue un tipo di Milano, baffo folto e canottiera blu, che cerca sempre nuove angolazioni per la sua telecamera lampeggiante di spie rosse e verdi come un flipper. («Mio marito — lo scusa una donnina adorante — quando ha un hobby vuol sempre andare fino in fondo, l’anno scorso aveva quello del volo, s’è comprato il relitto di un Piper, l’ha collocato in cortile e armeggia sempre con i comandi. Alla prima lezione del corso di pilotaggio l’istruttore gli ha detto: ma lei ha già volato!». Usciamo dall’erba alta, i passeggeri reclamano il rinoceronte bianco che però non vive qui e, se anche ci vivesse, sarebbe una delusione, perché bianco non è: ha soltanto una bocca più larga degli altri e una bestia così, in swahili la chiamano weath che i soliti inglesi hanno tradotto arbitrariamente white. Dopo un po’ mi stancai di venire polverizzato dai miei compagni alla vista di ogni gazzella e mi feci depositare nel lodge: avevo voglia di restare solo, di abbandonarmi a quel raptus di felicità che banalmente chiamiamo mal d’Africa. Un’arcana sensazione che tento di spiegare a me stesso. Non esistono qui gli straordinari templi di Benares, né le bianche architetture della civiltà Maya,né le ciclopiche mura degli Incas, né le grandi sculture azteche, né le piramidi dell’antico Egitto. Non esiste un’antica Africa. C’è l’eterna Africa dove non si visitano monumenti, ma si vive dentro uno sterminato monumento, immutato nei secoli: popoli, animali, rumori, odori, luce.

Mi riscossi dal soliloquio al passaggio del pilota: veniva dalla piscina, mi colpì il suo viso acceso, quasi paonazzo. I piloti di una certa età, pensai, non dovrebbero esagerare col sole dell’equatore. Poi mi appisolai. Mi risvegliarono i miei compagni che mi elencarono eccitati tutto quello che avevano visto, pure un ippopotamino che sembrava un maiale. A un tratto quella col cappello di Alberto Sordi mi disse: «Ma ha visto la faccia del pilota, violacea, quasi apoplettica? Per me un’insolazione». «Per me — fece un altro — è una congestione di stomaco». Ma è lecito — pensai io — domandare a un pilota: «si sente bene? Vuole un’alcaselzer?» Sulla jeep di servizio che ci portava al nostro destino mi venne una idea: «Senta — proposi al milanese col baffo — lei ha il brevetto: si metta di fianco al pilota». «Ok», fece lui, immediatamente calato nel ruolo. Ci sistemammo nella carlinga, si soffocava, fissavo come ipnotizzato una vena sul collo del comandante: gonfia, bluastra, pulsava convulsa. Provavo uno stato d’animo di rancore/devozione per il nostro uomo. Come si fa a decollare a quell’età e in quelle condizioni quando non ci si dovrebbe neppure mettere al volante di una Panda? E nello stesso tempo pregavo fra me: resisti un’ora vecchione, come quando ti hanno ferito sulla Manica.

Staccammo le ruote e man mano che si saliva, si respirava meglio, il milanese seguiva tutto, manovre e strumenti. Dopo un po’ si girò dicendomi: «Se lui perde i sensi, in qualche modo vi porto giù io: lei però dovrà cercare di trascinarlo indietro, se no mi blocca cloche e pedaliera». Ricevuto, risposi. Ogni tanto guardavo giù: verdi geometrie di caffè, di te, di sisal, maledette piantagioni, non certo propizie a un atterraggio di fortuna. Le zebre trottavano in lunghe file, come strisce pedonali in movimento. Il tempo scorreva lento, il trabiccolo non toccava i duecento. Il milanese spiava la faccia del pilota, io spiavo la faccia del milanese, gli altri la mia: in una compagnia estemporanea, se c’è una emergenza si stabilisce subito una scala di gerarchie psicologiche. Quando si vola a diecimila metri si fila nell’olio e nell’azzurro. A tremila si va dentro a quello che capita e il cielo a prua si annerisce: dalla faccia del milanese la tensione rimbalza sulla mia e su tutti gli altri. Finiamo dentro un piccolo uragano con folgori che accecano e scrosci di pioggia che tambureggiano sulla carlinga come raffiche di mitragliera. E anch’io che mi son sempre gloriato di aver volato su qualsiasi arnese munito di un paio di ali, mi chiedo da quanti anni lo faccio e comincio a valutare l’inquietante calcolo delle probabilità.

Però, via via che il volo si fa più critico, il volto del milanese si rischiara. A un certo punto sorride pure e girandosi verso di me alza il pollice: il vecchio gentiluomo deve aver superato la crisi, forse quell’uragano, quel crepitar di raffiche lo ha ripiombato in altri inferni: sta pilotando il suo Spitfire con antica spavalderia. All’improvviso sbuchiamo nel sole: un tramonto naïf e laggiù si scorge anche il turchese del mare, mi giro e vedo le facce di tutti, liberate ed eccitate. Non siamo più in aereo: stiamo tornando da una sagra di paese su una vecchia corriera di campagna, qualcuno avrebbe pure voglia di intonare la montanara uè.

8 luglio 2018 (modifica il 9 luglio 2018 | 21:36)

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