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21st of January 2018

Cultura



“Democrazia contro la dittatura di un partito. Il popolo era ubriaco di felicità”

Dopo l’invasione russa della Cecoclovacchia l’attrice Jitka Frantova ha trovato insieme al marito Jiri Pelikan asilo in Italia. Pelikan, direttore della televisione cecoslovacca durante la primavera di Praga, è diventato poi deputato del parlamento europeo con i socialisti, e sua moglie continua a tenere viva la memoria di quella stagione politica con lo spettacolo La mia primavera di Praga. «Ricordo bene la notte di Capodanno del 1968 nel Club della televisione cecoslovacca, cinque giorni prima che Dubcek assumesse la guida del partito, segnando l’inizio ufficiale della Primavera di Praga. Questa riforma del crudele regime del comunismo era cominciata in realtà già anni prima, la Primavera di Praga fu solo l’apice di questo processo. La seduta del Comitato Centrale del partito comunista della Cecoslovacchia, già molto agitato per le riforme chieste dal popolo, venne sospesa per le vacanze e noi festeggiavamo: “Quelli lì non hanno passato un buon Natale, ora crolla tutto”. Fu il Capodanno più felice che avessi vissuto, l’inizio di una nuova vita, che sarebbe durata solo 8 mesi, soffocata dai carri armati sovietici il 21 agosto».  

Il ruolo della televisione fu cruciale per quella stagione di riforme. Cosa fece suo marito?  

«Nel 1963 divenne direttore generale della tv, imboccando senza ritorno la strada della libertà e della verità. Aveva un potere assoluto. Sotto la sua guida la tv divenne un vero strumento di democrazia. Cercò di aprirsi alla società civile, introducendo i dibattiti sui problemi d’attualità, programmi con domande del pubblico ai ministri, che non erano abituati a rispondere ai cittadini. Realizzò la trasmissione “Telecamera curiosa”, che si occupava di temi anche delicati, con una particolare attenzione verso il mondo giovanile. Metteva a confronto personalità di Praga e di Vienna, fece tante altre cose. Alcune trasmissioni purtroppo furono bloccate dalla censura. Breznev voleva la sua testa,. definiva la sua televisione “centro della controrivoluzione”. Anche nei giorni dell’invasione russa la televisione svolse un ruolo importantissimo, informando tutto il mondo della invasione. Nella notte di 21 agosto, quando le truppe del patto di Varsavia invasero la Cecoslovacchia, Pelikan era il primo nella lista di quelli che dovevano essere arrestati». 

Cosa significò per voi il “socialismo dal volto umano” allora, e cosa significa adesso?  

«Così era nota la Primavera di Praga in Occidente. Era semplicemente una riforma del comunismo. La libertà e la democrazia contro la dittatura di un partito. Per i sovietici fu una “controrivoluzione”. Le prigioni con i detenuti politici furono aperte. La censura fu cancellata. Si poteva finalmente viaggiare all’estero. Fu una gioia immensa per tutto il Paese. Il popolo era ubriaco di felicità. Per me oggi, gli ideali di Praga rivestono lo stesso significato: Libertà e Democrazia». 

La Primavera di Praga fu iniziata e promossa in particolare dagli intellettuali. A cosa era dovuto questo ruolo prominente?  

«Forse ogni “rivoluzione” nasce nella testa degli intellettuali, degli artisti e dei filosofi. La Primavera di Praga nacque soprattutto nella testa dei comunisti di fede, come diceva Pelikan, che proprio per quello volevano trasformare quel comunismo crudele che non rispecchiava più i loro ideali». 

Vi aspettavate i carri armati? Oppure speravate che Brezhnev alla fine avrebbe ceduto?  

«L’Unione Sovietica ebbe subito paura della Primavera di Praga, perché temeva che quel vento potesse espandersi in tutti Paesi del’Est. Minacciò Dubcek, che però non informava i suoi collaboratori delle intimidazioni e delle reali intenzioni dei sovietici. Per questo quando arrivarono i cari armati ci trovarono impreparati e ci colsero di sorpresa, anche se nessuno di noi si era fatto illusioni sulla cedevolezza di Breznev. Pelikan la sera prima ebbe una lunga riunione di partito per discutere sulle mosse future della Russia. Stanco, andò a dormire presto, fu svegliato da una telefonata: “La discussione è finita, guarda dalla finestra”. I carri armati erano entrati a Praga». 

Cosa ricorda di quel giorno?  

«La notizia mi sorprese a Vienna. Capii subito che tutto era perduto, e che anch’io avrei perso tutto. L’unico mio pensiero era quello di salvare Pelikan, che sembrava sparito. Lo cercai ovunque. Volevo convincerlo a fuggire dal paese. Poi... non lo racconto volentieri, erano giorni troppo difficili, troppo duri. Per la prima volta nella mia vita avevo paura. I telefoni erano staccati, non era possibile alcuna comunicazione. Io giravo tra Vienna e Monaco con una piccola Fiat cercando un contatto. La televisione austriaca mi diede un po’ di soldi e mi nascose in un monastero, perché Vienna era già piena di agenti segreti. Ogni ora alla tv austriaca veniva trasmesso un annuncio del direttore Zilk che cercava il collega e amico Pelikan. In quei giorni conobbi Demetrio Volcic che, in una stanza dell’hotel Sacher di Vienna, cercava di contattare Praga via radio. Fu lui a trovare Pelikan e a consegnargli una mia lettera. 

Ma Pelikan non voleva lasciare Praga. Per i primi giorni dormì con gli altri deputati in parlamento, poi, travestito da medico, con un’ambulanza venne portato in una fabbrica, dove si svolse il XIV Congresso straordinario del partito comunista, che condannò l’occupazione sovietica. Intanto Dubcek con altri funzionari furono portati con la forza a Mosca, dove firmarono (tranne Frantisek Kriegel) la capitolazione, con grande delusione di tutto il popolo. E cosi, per altri 20 anni, tutto fu perduto».  

Lei e suo marito siete stati tra le decine di migliaia di cecoslovacchi costretti a fuggire all’estero. Avete visto in prima persona l’impatto della Primavera di Praga in Europa, sugli intellettuali, sui comunisti e gli ex comunisti italiani ed europei. Cosa fu la Primavera e la sua tragica fine per l’Europa? Quanto ha influito sul sentimento europeo e sul sogno dell’unità europea negli anni successivi?  

«Pelikan considerava il 1968 l’anno più felice della sua vita, perché gli ideali in cui aveva creduto fin dall’inizio avevano cominciato a realizzarsi. Diceva che la Primavera di Praga non era importante solo per la storia cecoslovacca, ma era decisiva per tutto il mondo. A partire da quel momento ebbe infatti inizio il reale disfacimento del movimento comunista internazionale, fino a quel momento ritenuto monolitico. La caduta del Muro di Berlino e la rivoluzione di Velluto sarebbero state le logiche conseguenze di quegli eventi. I russi sapevano molto bene quanto fosse pericolosa la Primavera di Praga, per questo per reprimerla scatenarono la più grande operazione militare che si fosse vista in Europa dopo la Seconda guerra mondiale». 

Dieci anni fa, alla presentazione di un libro di Enzo Bettiza dedicato ai fatti di Praga, lei parlò di una ”rivoluzione dimenticata”, oggi è ancora tale?  

«Era il titolo del bellissimo libro di Bettiza. Ma più che di una rivoluzione “dimenticata” parlerei di un argomento che per molti anni rimase scomodo da trattare, anche dopo 1989. Ricordo che in concomitanza del trentesimo anniversario della Primavera di Praga, nel 1998, Pelikan, già gravemente malato, non si dava pace, diceva che dopo altri 10 anni nessuno si sarebbe più ricordato delle nostre battaglie. Per questo dopo la sua morte, per il quarantesimo anniversario, sentivo il dovere morale di far conoscere quegli avvenimenti e il loro significato. Ma non sono un politico o uno storico, sono un’attrice, e così nacque lo spettacolo La mia Primavera di Praga. Ho faticato molto per portarlo in scena, era un argomento molto delicato, che non andava di moda. Ma non sembrò tale al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che concesse al mio spettacolo il suo Alto Patronato, e onorò il giorno del debutto con la sua presenza e quella della signora Clio. Questo gesto mi ha profondamente commosso, ed è stata la più alta testimonianza che la Primavera di Praga e i sacrifici di quanti vi lottarono non è stata dimenticata».  

Nel suo spettacolo lei spiega a un giovane le vicende del 1968. E’ difficile trasmettere il messaggio della Primavera di Praga ai giovani del 2018?  

«Feci uno spettacolo per 500 ragazzi e non ho mai avuto un pubblico più attento. Dopo lo spettacolo mi aspettarono all’uscita, commossi, fecero tante domande, mi chiesero di andare alla loro scuola per proseguire il dialogo. La storia interessa ai giovani. E io parlo delle persone, persone vere, delle loro battaglie per la libertà, per i loro ideali e non per le poltrone. Persone che hanno rischiato il carcere e anche la vita». 

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