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18th of January 2018

Cultura



Giorgio Strehler, appunti sul ‘68

 

L’anniversario del 1968 è arrivato e con esso si avviano bilanci, nostalgie, rievocazioni. Giungono quindi quanto mai preziose le riflessioni che Giorgio Strehler mise insieme in forma di appunti proprio in quell’anno. Custodite nell’Archivio storico del Piccolo Teatro, si leggono pubblicate nel volume antologico «Nessuno è incolpevole. Scritti politici e civili». Di fronte al tumulto che si svolgeva sotto i suoi occhi, Giorgio Strehler si interrogava, seguendo il filo della storia personale e collettiva, tra inquietudine e smarrimento, voglia di cambiare e necessità di impegno costruttivo. 

Le sue parole: «In me nasce l’affetto nel constatare la “carica” rivoluzionaria di una gioventù che a noi sembra spesso lontana, fredda, distaccata, troppo logica», insieme alla preoccupazione «nel trovarla invece così poco logica così confusa nelle sue aspirazioni di fare del nuovo come è sempre la gioventù». Con in fondo la consapevolezza del ruolo modesto che hanno per «l’azione rivoluzionaria le conquiste sicure del pensiero di coloro che ci hanno preceduto nella rivolta». 

Nelle considerazioni di Strehler il passato serviva da chiave interpretativa per il convulso presente. «Siamo vissuti in un’epoca terribile in cui però ad un certo punto il nemico ci è apparso di fronte brutalmente come un “mostro” da uccidere. Era facile. O almeno adesso pare facile». Come fosse un lineare rapporto logico di causa- effetto. Queste le condizioni, questo il giudizio. Non era stato semplice invece per chi quel periodo lo aveva vissuto, «io non so veramente fino a che punto fu facile accorgersi della nascita del “mostro” per coloro che ci hanno preceduto e trovare subito il giusto cammino». Si trattava di eventi che cambiarono le sorti di individui e popoli. «Penso ad esempio, alla prima agonia della borghesia, alla prima guerra mondiale, all’intrecciarsi degli interessi di allora, dei sentimenti, alle poche voci chiare intorno, al momento del ritorno a casa dei reduci, ai moti, agli scioperi, al fascismo, quel fascismo che è sempre in agguato nel cuore di ogni borghese».  

Adesso venivano al centro dell’interesse, nelle annotazioni di Strehler, tempi ben definiti, ricordati con personale partecipazione e delineati con la penna poetica costante nella sua scrittura, anche privata. Gli accadimenti erano come sbalzati in primo piano. In successione. Il ventennio fascista. L’ora della dichiarazione di guerra, che apriva per l’Italia il secondo conflitto mondiale, risuonando roboante e provinciale con inflessione romagnola dagli altoparlanti, in una Milano che proseguiva, a dispetto di tutto, «la vita che c’è». E poi, la Resistenza e la lotta di liberazione. «No. Non era facile nemmeno allora capire». Ricostruire con la memoria quel tempo confermava una certezza: «niente fu facile. Niente è facile. Tutto è difficile da capire», anzi «è già fascismo interiore questo dire: era facile. È già chiudere gli occhi alla complessità dei rapporti della vita. È già trovare una risposta comoda alla dialettica». Di fronte al nuovo impeto rivoluzionario, poi, si doveva ammetterlo: si trattava del ripresentarsi di uno stesso modello. I ragazzi d’oggi «non si comportano affatto in un modo nuovo, veramente nuovo o da rivoluzionari nuovi. Compiono gli stessi gesti, gli stessi atti, gli stessi errori di rivoluzioni o tentativi di rivoluzioni antichissime». Come se la storia trascorsa non avesse lasciato traccia. Non fosse metabolizzata nel presente. «Questo mi addolora e mi stupisce perché questa volta “dietro” abbiamo qualche cosa, qualche cosa di più di quello che, ad esempio, ebbero i ragazzi della rivoluzione francese».  

Indagando con la mente casi di rivoluzioni già avvenute o in essere, Strehler cercava e trovava «non dogmi ma qualche linea più sicura per sbagliare meno». Principi guida acutissimi per evitare, tra l’altro, di tradire le promesse della vigilia, perché spesso «chi è più estremista è prontamente più reazionario poi». Seguiva un elenco essenziale che si snodava in pochi punti a tutela del concetto stesso di rivoluzione. L’attenzione al sistema da considerare nel suo intero: «non esiste contestazione di un sistema nel sistema». La presa d’atto della natura articolata e spesso contraddittoria delle rivoluzioni che non sono da ritenersi esenti da imprevedibili conseguenze: «occorrono nelle rivoluzioni i “gesti” rivoluzionari, l’azione rivoluzionaria, anche a fondo perduto, quasi, ma nello stesso tempo occorre conoscere i pericoli di tali gesti». E infine, la voce dell’esperienza: «con la saggezza non si fanno le rivoluzioni, certo. Ma con l’estremismo gratuito si affondano o si allontanano le rivoluzioni». 

Sulla base di queste premesse Strehler riscontrava nella fascia più giovane della società l’assenza «di una linea politica realistica», di un dettato politico aderente alla situazione e in grado di cambiarla. «Noto spesso un gioco, serio, ma “gioco alla rivoluzione”», ma anche «una estrema confusione ancora (fascista, post-fascista, anarchica e via dicendo) di ideologia». Credere di dover rigettare in toto il passato è un errore che accompagna la storia delle rivoluzioni e che Strehler vedeva ripetersi in coloro che si cimentavano ora in simile intento. Avvertiva: «non è vero che “tutto” di ciò che è stato non vale più. È un errore gravissimo. L’abbiamo già commesso noi e altri mille volte prima di noi». Ammesso che davvero si potesse parlare di veri rivoluzionari per tutti quelli che si dicevano protagonisti della rivoluzione. «Inutile nasconderci che tanti di questi giovani sono “finti rivoluzionari” per mille motivi, complessi familiari, fallimenti personali, debolezze psichiche, impotenze e via dicendo (le rivolte portano con sé il bene e il male della gente!)». Un problema che obbligava a operare un distinguo. «A noi interessano però quelli veri, quelli che in verità e onestà fanno. E “sbagliano”. E il loro sbaglio nasce certo dall’immobilismo mostruoso, dal naufragio di certi valori (i valori della Resistenza, intesi in senso generale) che l’intera classe politica, noi compresi, non ha saputo sufficientemente difendere e far diventare operanti e comuni. È necessario oggi fare qualcosa allora, muoversi».  

 

Rivolgendo lo sguardo ai moti universitari di quel periodo, Strehler ne ravvisava i meriti. «Credo che, come fatto positivo, essi abbiano dato una certa “scossa” al Paese. Abbiano fatto sentire agli “apparati”, alla gente che sa, al sistema, insomma a tutti, noi compresi, che ci sono forze che si stanno muovendo». Una presunta non modificabilità era stata intaccata. «Hanno fatto sentire più incerta la “sicurezza” antica di prevaricazione e di comodo della classe dirigente nazionale. Certo. Hanno dato coscienza di una forza reale che esiste nel Paese». Fatti profondamente influenti su chi viveva quei giorni. Strehler riconosceva: «qualche giovane (spero tanti) avrà una piccola esperienza rivoluzionaria in più anche di tipo deludente ma sempre esperienza. E si chiedeva: «quanto sapranno renderla attiva e valida per un comportamento futuro e non come frustrazione?» Allo stesso tempo paventava, profeticamente, e la chiusura a riccio del sistema, geloso dei propri privilegi, e lo stesso sfilacciarsi del movimento giovanile sfibrato e indebolito. Prevedeva quel che sarebbe accaduto: «il sistema metterà da oggi in poi in atto altri metodi ancora più sottili per incanalare i giovani e portare “l’intellighenzia” italiana nei suoi limiti». E aggiungeva: «bisognerà anche mettere in conto lo “snervamento” del movimento giovanile. Atti di questo genere non si ripeteranno facilmente, per molto tempo. Alla fine cosa dovremo dire: valeva la pena?» Una risposta certa e definitiva era impossibile. «La risposta non mi è chiara: troppa simpatia ho sempre per chi si rivolta, troppa diffidenza e esperienza ho per le rivoluzioni a un quarto, o semifinte o astratte, come un gioco pericoloso fatto da bambini eccitati. E in fondo inconsapevoli». 

Negli appunti, al tentativo di diagnosi segue la parte propositiva nella quale si rispecchia la natura, la capacità di iniziativa ragionata e pratica di Giorgio Strehler. Esortava: «Uomini almeno onesti e chiari, facciano qualcosa, dicano qualcosa non di saggio, non di “logicamente pacificante” ma di giusto “rivoluzionarmente” parlando. Lo facciano a parole, e con l’esempio della loro vita e della loro azione quotidiana, nella moralità di un gesto quotidiano e lo facciano capire agli altri». Per esserci, per dare a questa svolta intitolata ai giovani e che coinvolgeva inevitabilmente la società intera «un supporto magari piccolo che è al tempo stesso di esperienza e di umiltà. Insegnare imparando. Sono questi i termini della dialettica rivoluzionaria». In conclusione: il ’68 era stato solo l’avvio di «un cammino lungo, che divorerà ancora generazioni e generazioni, ragazzi, e anche voi sarete divorati e non ci sarete più, senza aver visto “la meta”. Potrete al massimo esservi avvicinati un passo più in là del nostro. Ma questo passo è un passo che vale, che conta per gli altri». 

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